Stavo uscendo di casa. Macro era pigramente appoggiato con le gambe accavallate alla sua macchina. Una A3 color nero. L’aveva da più di quatto anni ma in pratica era immacolata. La teneva come un gioiello curandone ogni minimo particolare e ogni minimo aspetto. Ma lui era fatto così. Di tutto quello che era suo aveva grande cura e attenzione quasi maniacale. Sentivo il suo sguardo percorrere il mio corpo mentre percorrevo il breve tragitto che mi conduceva a lui. Il ticchettio del sandalo che portavo rimbombava sul pavimento di cotto di cui era rivestito il vialetto di casa. Potevo considerarmi fortunata, erano alte dodici centimetri e avevano un platou di due e ero riuscita a trovarle a settanta euro dopo una intera giornata di ricerca. Quel rumore mi martellava nella mente, sembrava scandire ogni secondo che mi distanziava da lui. E più mi avvicinavo più sentivo pensate il suo sguardo su di me ad analizzare ogni mio movimento ogni mia mossa e ogni dettaglio di quello che avevo su. Era stato su ordine di lui che quel giorno avevo indossato un tubino nero, corto fino al ginocchio decorato da una fascia in vita di raso che teneva ferma la profonda scollatura che il vestito aveva sul retro impedendo alle spalline di scendere. I brividi man mano che mi avvicinavo li sentivo sempre più nel profondo e la mia mente andava nel vuoto più totale. Arrivata a meno di trenta centimetri da lui mi sono fermata come mio solito. Come lui mi aveva insegnato mesi prima. La testa pur non volendo si è chinata e dalle mie labbra è uscite un flebile Mio Signore. Tutto il mio corpo era in tensione. Non riuscivo neanche a espellere quel poco di respiro che avevo trattenuto. Poi lieve come il tocco di una farfalla il suo dito ha sfiorato il mio mento, costringendomi ad alzare il volto, e ad offrire a lui le mie labbra che si sono dischiuse come di loro volontà. Avevo il cuore a mille quando ho sentito la morbidezza del suo bacio e man mano più diventava profondo più lo sentivo intenso, bagnato e duro. Come se volesse frugarmi dentro e imprimermi nel cervello a chi appartenevo. Ho sentito le mie ginocchia divenire come di gelatina e se non era per lui e per il suo braccio a sorreggermi penso che sarei caduta. Poco alla volta si ha alleggerito il bacio e un brontolio di protesta mi è uscito dalle labbra. Lui sorridendo ha iniziato a ritirarsi ma poi dopo un attimo di esitazione, un leggero sguardo ai miei occhi si è riavvicinato. L’improvviso morso al mio labbro mi ha quasi piegato dal dolore, portandomi quasi a cadere. E lui dopo aver stretto un po’ di più ha passato la sua lingua sul labbro offeso e delicatamente si è avvicinato al mio orecchio e in un sussurro mi ha bisbigliato: ricorda chi sei. Poi senza neanche un attimo di preavviso la sua gentilezza è sparita ed è tornato ad essere l’uomo compassato di sempre. Il suo sguardo è tornato duro e assente. Mi ha preso per mano e quasi trascinandomi mi ha portato dal lato del passeggero, aperto la porta della macchina e fatta salire. Ho fatto in tempo quasi a pelo a tirar su le gambe e ricompormi in macchina che già lo sportello era chiuso e lui era salito dal lato del guidatore e la macchina era partita in una veloce sgommata. E io li ancora tremante.

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